sabato 18 giugno 2016


Dopo il sabato perfetto
sei venuto e in silenzio
hai preso posto alla tavola
che per me
lo sai Mauro
è già abbastanza.
E ci siamo fatti del bene
come meglio ci viene.
L’acqua calda e le briciole
sono i nostri piccoli riti
di minima sopravvivenza
scrive Dario.
E poi c’è il riposo
l’accenno della pace.
Fuori è un mondo feroce
nel giorno di festa
uggioso come si deve.
Arriverà la sera
insieme alla paura
porteranno quelle nuvole
qualcosa di nuovo
tornerà il fresco vedrai.

Pensavo bastasse
il confino in queste stanze
a proteggermi da te,
e a regalare calore
alla risacca delle prime ore
con la cura di non finire
le medicine per dormire.
Credevo non potesse
il ricordo di vacanze
a questo punto di me,
dolere così forte il petto
nelle notti a guardare il tetto
il cuore a guaire come un cane
e fare i conti di ciò che rimane.

Non sarà comunque
mai più come ieri
strana la vita
e diverso anche io
ho uno sguardo nuovo
nei giorni della muta
trattengo il respiro
mastico e sputo
non ingoio più.
Il dolore è un piacere
che la gente sottovaluta.



Nel ritorno ho scoperto che ti amo
nel sentire nei miei passi nuova fretta
nel cercare la chiave prima del tempo
in quel profilo in giardino
in fondo al corridoio
che si cura delle piante e di me
finché avremo sete e voglia.




Nel giardino accanto al nostro
C’è un ristorante
Si festeggia un matrimonio
È una pratica costante
D’amore e mercimonio
Sento la musica, le risa, la gente
E io sono solo che fumo
Un muro ci separa e anni luce di niente
Penso alle possibilità di una vita
Al suo incedere elegante
Verso l’unica via di uscita
Al sudore che trasuda la festa
E alla secchezza delle mie fauci
In questa notte mesta
Spegneranno le luci
poseranno i calici
resteremo al buio

Nei pomeriggi del mare
la città si acquieta
e con lei queste mura
che fanno pastura  
di vita inquieta
a stare fermo e ricordare
di sguardi lontani
che conservi castani
nelle pieghe delle rughe
il resto delle mancate fughe.





Delle tavole vuote
alla fine
cosa resta ?
Un passaggio,
e il pasteggio
di giorni
a tirar tardi.
Hai forse dimenticato
tutto il male
che mi hai fatto?
Il sapore del digiuno
l’agonia dello stomaco
e le notti bianche,
fumose dietro tende
a proteggere
stanze spoglie.
Per contemplare l’assenza
e non sentirne mancanza.
Basta questa piccola
e trascurabile serenità forse?
La farsa delle feste
come il tossico
sul corso vestito
da babbo natale.
Lo stesso del mese scorso
a chiedere spicci
Illuminato come le piazze.
Nei giorni a intermittenza
di sonno sul divano,
di vino buono
e bollicine nei flute,
nei calici a brindare
allo stesso cielo
che hai maledetto
a settembre
quando la vita era arida,
come la zolla nei campi
a un passo da Roca,
Dove il cristo
era bestemmia.