venerdì 3 novembre 2017


C’è gente come me
che guarda la vita,
la vede passare
in veloci anteprime,
consacrata negli album
delle pagine e i blog.
Ne sente il racconto 
nelle rime di un rapper
e scorrere nei video
visti già da milioni.
Noi seduti alla sera
tra le aride carte
e le poltrone calde
di una visita inattesa
ci rifugiamo come tribù
devote al sacro vincolo
del precipizio,
perduti nelle serie
tutte d’un fiato.
Ci teniamo le mani
in segno di tregua
aspettiamo con calma
che il cibo sia pronto,
mai troppo lontani
nel barrio di poche vie
con i portici e il bar
a lambirne i confini.
Comincia il freddo
tu fatti più vicino.




Le parole cancellate,
il foglio bianco
e poi ancora
un piccolo verso,
è un ciclo di vita
anche questo alla fine
sono le mie creature
forse le uniche che posso.
Come una presa al fianco
timida e leggera
o una carezza al meglio
il suo vorticare piano
fende il tempo e si posa.
Intorno il vuoto assurdo
di mille e più metri quadri
noi avvinti, rampicanti
stretti per il poco concesso
un secondo che basta
o un sorriso tra la gente
senza la fatica e la distanza
dei viaggi e degli anni.
C’è un tango lì che aspetta
porta il tempo, sempre poco
ma sufficiente alle volte
per capire che è fortuna
questa vita strana.
E trovarla per caso
senza scuse, attese e bugie.
Il caso alle volte
è un amico nuovo
la speranza alla fine
che ancora di buono
a cercare bene
il giorno per noi
qualcosa riserva.
Una bella parola
che si incastona
alla pagina
preziosa tra le altre
perché di te mi parla.

venerdì 6 ottobre 2017

Ho chiuso un cerchio
di tratto leggero
compiuto l’atto
di fede e dolore.
L’interpunzione mia
di uomo sulla terra
è fatta di punti a capo
come chiodi nella carne
e virgole di pelle
quasi fossero sorrisi.
Come un compasso
torno al punto 
da cui parto.
Ho circoscritto l’affetto
in una geometria domestica
la mia circonferenza
inscritta in un quadrato.
Una casa ad esempio
è ciò che mi basta.

Ripensi mai
al tempo dei capperi?
Avvinti alla pietra
cocciuti alla resa,
credevi per sempre
li avremmo trovati
come il sale grosso
e le mani di nonna.
Dell’acre del pascolo
appena trascorso
o del zuccherino
dell’erba morsa
per farne trombetta.
Gonfiavi le gote
ti lasciavi cadere
lì dove i pini
incontrano il mare.
Quanto fiato avevi
nelle corse in sella
e le immersioni
di fine settembre.
È vita che resta
anche se passa.
È il conforto di malinconia
nelle ore di tristezza.

giovedì 14 settembre 2017



Dissuaso dal vivere,
genuflesso alla vita
così mi sento padre
quando le costellazioni
fanno posto al primo sole.
Come una condanna 
inferta alla nascita
è l’essere uomo, 
corpo in gara 
un milite disabile
alla guerra come alla leva.
Da piccolo correvo
allo schiudersi dei fiori
saltavo i cespugli 
di belle di notte,
leccavo ogni cosa.
Ho imparato la paura
negli anni a venire
insieme al vizio e la nebbia,
i limiti di questo mondo
e il posto in cui stare.
La pazienza rimane 
e una pace che agogno
il declivio d’un tratto
o la notte che passa
senza lasciare traccia.

giovedì 17 agosto 2017





La solitudine del cameriere,
fuma una sigaretta veloce
prima del turno,
fissa la punta che sfalda,
si screzia dalla fretta
ci soffia su per pareggiarla.
Il badante straniero
sul balcone conta
le automobili sparute
di questo ferragosto
trascorso in città.
Giorno di brividi
di un freddo che non conosco,
di sonno pesante
e vino fresco.
Dopo lo spettacolo struggente
di un formidabile infelice,
come del resto io
e come tutti noi in fondo.
Ai piedi di un convento
con la brezza leggera
che ci ha ridato il respiro
e la voglia di piangere ancora.
Gainsbourg infine a salutare
la fine dell’amore più violento.

martedì 1 agosto 2017




C’era un vecchio per strada
sul lastricato ribollente
aveva sandali, calze bianche
e un panama liso
solo da un lato,
canticchiava a mezza voce
un Celentano degli esordi
a rimestare la giovinezza
e allenare la memoria
che inceppava
come un disco
proprio al centro dell’inciso.
Così il ritornello
non arrivava mai,
lui allora si fermava
e riprendeva dall’inizio.
La canzone io la so
dal principio al gran finale
la intono di tuono nel silenzio
di un mezzogiorno d’inferno
Il vecchio ora sorride
ma non si cura di me
come fossero
le mie parole
portate dal vento fiaccato
un refolo di passato
forte bastante
a rinvigorire il passo
e conchiudere il cammino
ancora per un giorno.